
Livia Montagnoli
6 mag 2024
Cresciuta tra artisti e letterati, Maria Signorelli ha inventato l’Opera dei Burattini, animata da un incredibile talento nel creare personaggi fantastici. Sua figlia, Giuseppina Volpicelli, ne ha ereditato il mestiere e nella sua casa romana custodisce un tesoro.
“Maria Signorelli anima anche gli oggetti e tutto ciò che può servire per comprendere meglio il personaggio. Nel Faust, guardate Margherita, mentre si riduce a un fantasma: viso scomparso, di cenere, braccia conserte”. Le parole sono di Giuseppe Ungaretti, che nel 1933 scrive l’introduzione al catalogo della mostra d’arte organizzata a Firenze dal quotidiano La Nazione. In “scena” ci sono i fantocci realizzati da una giovanissima Maria Signorelli, reduci dal successo parigino alla Galleria Zak: “Novantuno caratteri vivi innanzi ai nostri occhi, parlanti, indimenticabili”, commenteranno entusiasti i recensori dell’epoca. Nata a Roma nel 1908, Signorelli sarebbe diventata, nel giro di una decina d’anni, la burattinaia di fama internazionale che oggi è ricordata come una personalità chiave del teatro di figura italiano.
La passione di Maria per il disegno, il colore, il movimento – quella sensibilità rara di immaginare una seconda vita per oggetti di uso quotidiano, trasportandoli in un mondo di fantasia – era maturata già nei primi anni di vita. Figlia di Olga Resnevic, traduttrice di diversi capolavori della letteratura russa e amica di artisti e uomini di teatro, e Angelo Signorelli, tra i primi collezionisti italiani di arte moderna, crebbe nel salotto artistico e letterario che si costituì nel primo dopoguerra attorno a sua madre, nella casa romana di Via XX Settembre frequentata, tra gli altri, da Tommaso Marinetti (nel 1939 l’autore del Manifesto Futurista sarà pure testimone di nozze di Signorelli, nel matrimonio con il pedagogista Luigi Volpicelli), Luigi Pirandello, Sibilla Aleramo. Quando aveva appena otto anni, fu lo scenografo russo Sergej Djagilev a regalarle i primi colori: all’epoca, la possibilità di assistere alla realizzazione delle scenografie per il Teatro dell’Opera imprime nel suo immaginario di bambina il desiderio di diventare costumista e scenografa. Sempre animata, dal primo incontro con il teatro e per tutta la vita, dall’intenzione di trasformare in evento spettacolare quanto la circondava. “Il sarto e il costumista sono come il medico”, scriverà in una pagina del suo diario, a proposito della loro capacità di creare un uomo nuovo, vestendo l’attore con il personaggio da interpretare. Costumista e scenografa, Maria Signorelli lo diventerà per davvero, perfezionandosi nell’alveo del teatro sperimentale di Anton Giulio Bragaglia, alla fine degli anni Venti, mentre prendevano forma i primi fantocci, creati con nastri, stoffe e oggetti di recupero (la prima idea di fantoccio, però, risale al giorno della maturità, quando al cospetto della commissione d’esame Maria visualizza il personaggio de L’Idiota, e corre via, letteralmente, per realizzarlo). In parallelo maturava la riflessione sull’evoluzione del teatro: a Berlino, Signorelli aveva scoperto il teatro moderno di Brecht e Kurt Weil, fatto negli scantinati, nei caffè; rientrata in Italia, presentò con Carlo Rende il modello di un nuovo palcoscenico, il Pluriscenico M, cercando soluzioni per sopravvivere all’affermarsi del cinema. Il 1937 fu l’anno dell’inaugurazione del Teatro delle Arti di via Sicilia, ma anche della mostra sulle donne artiste d’Europa al museo Jeu de Paume di Parigi: tra loro, anche Maria Signorelli.
Solo nel secondo dopoguerra, nel 1947, invece, prenderà ufficialmente forma l’Opera dei Burattini, maturata anche sugli spettacoli realizzati durante la guerra, in casa o grazie a un teatrino itinerante, per portare un po’ di ristoro alla popolazione provata. Tra i piccoli spettatori dei primi spettacoli ci sono anche Giuseppina e Maria Letizia Volpicelli, le figlie di Maria. Entrambe seguiranno le orme materne. È Giuseppina, oggi, a racchiudere nel libro Piccoli personaggi, grandi incanti (Giunti, 2023. Presentazione giovedì 11 aprile alle 17 presso la Biblioteca Vallicelliana di Roma, con ingresso libero) queste vicende di vita professionale e familiare che si intrecciano alla storia del teatro di figura e restituiscono la dimensione di un secolo di grande vivacità artistica e intellettuale. E la casa di via Corsini, dirimpetto all’Orto Botanico, dove la famiglia si trasferì negli anni Trenta, conserva memoria dei tempi che furono: Giuseppina – che iniziò a muovere i burattini negli spettacoli di Maria, fino ad assumere la direzione artistica del Teatro Verde di Roma dal 1980 al 2001, girando il mondo in numerose tournée, dalla Cina all’America, dalla Russia all’Egitto – se ne è fatta custode, e convive con fantocci, marionette, burattini, foto d’epoca, bozzetti per scenografie, manifesti.
Una raccolta di circa 5000 pezzi, dal XVIII al XX Secolo, che ha esposto in diverse mostre (un’altra parte della collezione è esposta, in modo permanente al Centro Podrecca – Maria Signorelli di Cividale del Friuli). Maria Signorelli, infatti, è stata anche collezionista: “Nel 1959 acquistò le marionette di Vincenzo Podrecca, che era stato un innovatore. Con il trasferimento di molti marionettisti in America, la collezione rischiò di andare perduta, alcuni pezzi mia madre li scovò in vendita a Porta Portese. Volle salvarli tutti”, ricorda Giuseppina. Che si fa seria quando spiega il valore e i segreti del mestiere: “Sbaglia chi pensa che fare il burattinaio sia un lavoro facile. È necessario avere senso del ritmo, memoria, prontezza di riflessi, capacità di interagire con gli altri attori, resistenza fisica, ma soprattutto grande progettualità. Io individuo subito un vero burattinaio: il burattino non deve guardare per aria, il polso dev’essere sempre rivolto verso il basso. E per l’uscita di scena c’è la convenzione di scendere una scala”.
Leggi l'articolo integrale a questo link
articolo di Livia Montagnoli
fonte: @artribune

